Jalisse: “il nostro ventennale di Fiumi di parole è un bilancio ancora aperto”, l’intervista

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Il 22 febbraio 1997 è la data che ha consegnato i Jalisse alla storia della musica leggera italiana e del Festival di Sanremo, a distanza di vent’anni abbiamo incontrato per voi Alessandra Drusian e Fabio Ricci, coppia nella vita e duo per professione. “Fiumi di parole” compie quest’anno vent’anni, così abbiamo deciso di celebrare con loro questo ventennale, ripercorrendo i momenti più importanti della loro carriera ed approfondendo i loro molteplici impegni e progetti futuri.

Alessandra e Fabio, partirei subito da questo ventennale di “Fiumi di parole”, un traguardo importante, come state vivendo questo momento?
“Sicuramente bene, nel ricordo di quel giorno in cui abbiamo preso in mano quel bellissimo leone datoci da Mike Bongiorno. ‘Fiumi di parole’ è ormai diventato il nostro bigliettone da visita, inscindibile dal nome Jalisse. Vent’anni significa veramente un figlio che cresce, che diventa maggiorenne, che matura, che finisce gli studi e che trova anche un lavoro, quindi, questa canzone è una vita, che fa parte del nostro quotidiano e di tutto quello che noi siamo. Un messaggio importante che continuiamo a lanciare da vent’anni a questa parte, perché a volte ci sono troppi fiumi di parole in giro per il mondo”.

Il brano che vi ha lanciato non è soltanto entrato nella memoria collettiva di tutti, ma anche e soprattutto nella storia della musica leggera italiana. Perchè, diciamolo, la vittoria del Festival non è stata per nulla scontata, in gara c’erano artisti del calibro di Patty Pravo, Loredana Bertè, Anna Oxa, Nek con “Laura non c’è“, l’ultima volta in gara di Massimo Ranieri, insomma la concorrenza era bella agguerrita. Vi siete mai chiesti qual è stata la formula segreta di un così grande successo?
“In quegli anni c’era la tendenza di scrivere la ‘canzone per Sanremo’, che rappresentasse la melodia, in maggiore, con un’apertura ed un testo che parlasse d’amore. In quel momento, arrivare con un brano in ‘Mi minore’ dal taglio pop-rock, con l’orchestra che ha suonato in modo impeccabile dall’inizio alla fine, diretta magistralmente dal maestro Lucio Fabbri, credo sia stata un po’ la carta vincente. Mettici la nostra intesa sul palco, il fatto che eravamo considerati degli outsider, nonostante il sesto posto tra i Giovani dell’anno precedente, tutto questo ha portato ad un grande consenso popolare. Abbiamo sempre pensato di essere stati premiati dal pubblico e ci sentiamo artisti del popolo, persone comuni che hanno la fortuna di fare musica”.

Nello stesso anno avete rappresentato la nostra musica all’Eurovision Song Contest di Dublino, tra l’altro classificandovi al quarto posto. Cosa ricordate di quell’esperienza?
“Eh chi se la dimentica! Dall’arrivo all’aeroporto fino al momento della ripartenza. E’ stata un’esperienza unica ed indimenticabile, vissuta con la voglia di assaporare tutto quello che succedeva. Un’avventura anche sofferta, perché avevamo la responsabilità di rappresentare la musica italiana e partivamo, in quel caso, da favoriti. Chiunque incontrassimo in giro per Dublino, ci diceva ‘you’re winner’ e c’era davvero grande aspettativa su di noi”.

Senza tirar troppo fuori vecchie polemiche, Il destino ha voluto che proprio a distanza di vent’anni dalla vostra partecipazione, la storia si sia sarcasticamente ripetuta. Così come per la vostra “Fiumi di parole”, anche “Occidentali’s karma” di Francesco Gabbani era data per favorita alla vigilia, osannata dalla stampa e cantata ed apprezzata dal resto delle delegazioni in gara. Non vi é sembrato una sorta di déjà vu?
“Noi abbiamo tifato per lui, ma reduci dalla nostra esperienza stavamo un po’ con i piedi per terra. Ci aspettavamo un podio, ma non addirittura un sesto posto per Francesco. C’è da dire, però, che lui ha avuto molta attenzione da parte della stampa e dalla Rai, mentre nel ‘97 nessun giornale italiano parlava dell’Eurovision Song Contest, solo dopo aver scoperto che avevamo i bookmakers dalla nostra parte cominciarono ad uscire un po’ di titoli”.

Al di là dei patriottismi, tutti abbiamo tifato spudoratamente per Francesco, ma alla fine ha vinto un qualcosa di inaspettato, una canzone che si differenziava da tutte le altre in gara. Una svolta epocale per l’Eurofestival?
“Quest’anno non hanno vinto i fuochi d’artificio, ma la semplicità e la classe di un artista: Salvador Sobral. La canzone è bellissima, non le si può dir nulla, un brano che si ispira al fado eseguito in maniera impeccabile e al tempo stesso così delicata, poi la storia di questo ragazzo e la sua semplicità hanno fatto il resto. E’ stato un messaggio molto forte, sicuramente un momento di cambiamento per questa competizione”.

Ma veniamo ad oggi, la dimensione della vostra musica è cambiata, ma non ne ha perso di qualità. Basti pensare alla collaborazione con Rita Levi Montalcini (che nel 2006 ha scritto “Linguaggio universale”) o al vostro impegno nelle scuole. Qual è il vostro bilancio di questi vent’anni?
“E’ un bilancio ancora aperto, il nostro è un continuo reinventarci. Abbiamo terminato da poco un progetto bellissimo cantautorale con dodici scuole medie nel Veneto, non riusciamo mai a chiudere una porta, perché fortunatamente se ne riapre subito un’altra. Nella nostra carriera abbiamo avuto la fortuna di collaborare con moltissimi artisti che ci hanno arricchito, dalla professoressa Montalcini al poeta italo-iracheno Younis Tawfik. Ogni cosa che viviamo è uno stimolo a poter produrre ancora”.


Siete sempre stati portabandiera della musica indipendente, tant’è che figurate ancora oggi tra i pochissimi vincitori della storia del Festival che non erano sotto contratto con una major. Questo, immagino, che abbia svantaggi dal punto di vista della promozione, ma contemporaneamente credete che renda più liberi dal punto di vista della creatività?
“Abbiamo sempre pensato che essere indipendenti significasse produrre la musica che intendevamo noi, che rispecchiasse maggiormente il sentimento e lo stato d’animo personale. Dopo aver bussato alle porte di diverse case discografiche, abbiamo deciso di proseguire con le nostre gambe e portare avanti il nostro modo di fare musica, con la libertà di lavorare con collaboratori scelti da noi, tralasciando percorsi commerciali. In questo modo ci siamo ritagliati il nostro piccolo spazio, sicuramente con meno visibilità, sempre a testa alta con sguardo fiero e schiena dritta, portando avanti quello che è il nostro progetto e la nostra identità”.

Avete sempre continuato a percorrere con professionalità la vostra strada, dimostrando spesso di essere dotati di grande autoironia, che non è da tutti, come nella pellicola “Ex” di Fausto Brizzi, con Fabio De Luigi ed Alessandro Gassman. Com’è nato e come avete vissuto questo omaggio?
“Tutto è nato da una foto di Alessandra che Fabio ha mandato al regista Fausto Brizzi, lo abbiamo incontrato a Roma e ci ha spiegato quella che era la sua idea. Ha scritto la parte proprio su di noi e questo ci ha onorato, anche se all’inizio abbiamo pensato di essere su ‘Scherzi a parte’. Un’esperienza che ci ha molto divertito, era praticamente impossibile offendersi, non l’abbiamo per niente vissuta come una presa in giro, perché noi c’eravamo ed abbiamo scelto di stare al gioco”.

Credete che la musica vi abbia unito ancora di più come coppia?
“La musica è un forte collante, lo è stato sin dall’inizio, anche se poi l’amore ha invaso la nostra vita. Magari per molti vivere e lavorare insieme può far pensare che dopo un po’ di tempo ci si stanchi l’uno dell’altro, invece noi siamo sereni nel nostro quotidiano e condividiamo tutto quello che facciamo. Poi, ovvio, anche i Jalisse ogni tanto fanno le loro piccole bisticciate, per cose sciocche, sia per motivi personali che lavorativi, le classiche discussioni che ci sono in tutte le famiglie. La musica, l’amore e, soprattutto, le nostre due ragazze sono il nostro collante”.

Quale messaggio vorreste che arrivasse al pubblico, oggi, dalla vostra musica?
“Un messaggio di serenità, di amicizia, di sorriso e anche un po’ il significato della parola stessa ‘Jalisse’, il fatto di doversi sedere ed imparare ad ascoltare. A volte non ascoltiamo e, di conseguenza, non capiamo quello che ci viene detto e lo interpretiamo in maniera sbagliata. Il saper stare tra le persone e condividere con loro tutte le cose semplici che abbiamo, è questo il messaggio positivo che cerchiamo di dare da sempre nella nostra musica”.

Scritto da Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica e spettatore interessato di tutto ciò che è intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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