Leda Battisti nuovo singolo “Seconda Notte”: il racconto della cantautrice

LedaBattisti

Tempo di nuova musica per Leda Battisti, cantautrice reatina assente dalle scene discografiche da qualche anno, che ritorna con un nuovo album anticipato dal singolo “Seconda notte”, in rotazione radiofonica dal 31 marzo. Abbiamo incontrato per voi l’artista, che si è aperta ad una appassionata intervista.

Ciao Leda, partiamo dal tuo nuovo singolo “Seconda notte”, com’è nata questa canzone?
“E’ un pezzo che racconta di un amore conflittuale, un amore che è come un cerchio che non puoi spezzare, come l’aria che non puoi fare a meno di respirare. Attraverso sonorità un po’ più vintage, attraverso chitarre blueseggianti, ho cercato una mia evoluzione attaccando per la prima volta il jack alla chitarra elettrica, nonostante io sia una chitarrista classica. Nella vita si cresce e si cambia, con testi più ricercati e diretti, dove faccio riferimento come sempre alle mie esperienze personali. Ho voluto rinnovare un po’ tutto, indossando una veste nuova”.

Per accompagnare l’uscita del singolo è stato realizzato un videoclip diretto da Robby Giusti, cosa hai voluto esprimere attraverso queste immagini?
“Sicuramente un film, una storia a lieto fine, perché alla fine si capisce che lui ritorna da lei. Anche se non si capisce bene, perchè abbiamo voluto dare la sensazione del ‘To be continued’, che potrà proseguire con il secondo. Perché nell’album c’è una sorta di storia, di film che racchiude ogni singolo brano”. 

Le sonorità di questa nuova canzone sono molto diverse da quelle che hanno caratterizzato i tuoi precedenti lavori. Come mai la coraggiosa scelta di tornare dopo un periodo di silenzio con un brano che rappresenta quasi una Leda 2.0?
“Secondo me nella vita bisogna saper rischiare, avendo il coraggio di sperimentare ed evolversi, il tutto spinta dalla passione per la musica. In ogni percorso c’è un’evoluzione ed io ho voluto dare una sonorità nuova, allontanandomi dalle atmosfere gitane ed avvicinandomi alla musica anni ’70. Sono consapevole di essermi presa un rischio, così come nella timbrica, sperimentando anche una nuova via vocale, cercando di esprimere tecnicamente altre potenzialità della mia voce, mantenendo comunque un mio stile ma dimostrando di essere in grado di cantare anche in maniera diversa. Il pezzo potrà pure non piacere, ma sono contenta di aver osato e sperimentato qualcosa di differente e che oggi mi rappresenta”. 

Quanto è stato determinante questo periodo di silenzio discografico nella tua crescita personale?
“Condivido da sempre il pensiero di Ryan Roma, storica produttrice di Enya, che sostiene come un periodo di silenzio nella musica può fare molto. Riascoltare delle cose dopo parecchio tempo, rivendendo sia le accezioni negative che quelle positive, in un percorso musicale è fondamentale. Questo senza perdere la spontaneità che caratterizza il mio modo di fare musica, portandomi alla scelta di voler fare qualcosa di diverso, grazie soprattutto al tempo”. 

Come si suol dire: la notte porta consiglio, ma la “Seconda notte” ancora di più. Cosa ci puoi anticipare, invece, sul tuo quarto progetto discografico?
“Il marchio di fabbrica dell’album sono le sonorità internazionali ed anglosassoni, con influenze vintage anni ’70. Ho voluto dare una sensazione di musica suonata, con strumenti veri, collaborando con grandi musicisti, da Toti Panzanelli, chitarrista storico di Venditti, al batterista Phil Mer, che ha suonato con Malika Ayane ed i Pooh. Un disco che non segue nessuna moda, che guarda al passato con uno sguardo al futuro. C’è un pizzico di nostalgia che, a parer mio, dona vitalità all’intero lavoro. A livello testuale, l’amore resta al centro delle mie canzoni, inteso come un qualcosa che ti fa viaggiare con la fantasia, portandoti via dalla realtà”.  

Cosa pensi della musica italiana oggi? Cosa è cambiato rispetto ai tuoi esordi?
“Trovo sicuramente un cambiamento, forse in peggio. Ai miei esordi c’era la voglia di sposare un progetto solo perché era bello. Non c’erano tutte queste sovrastrutture, questi lacci che oggi ti stringono e comprimono in una cosa da cui non puoi uscire. Con questo disco io non mi sono posta limiti, il mio è un ritorno al passaparola e questo credo che sia positivo nella musica”.

A proposito di passaparola, quanto influiscono oggi i social network nella musica?
“Secondo me i social oggi contano tantissimo e mi stanno aiutando più di qualsiasi ufficio stampa, perché seguo direttamente ogni singola persona. Su Facebook gli amici possono seguirmi sia sul mio profilo privato che sulla pagina ufficiale, ma da poco ho anche iniziato ad usare anche Twitter e mi sto per iscrivere anche su Instagram. Tutto questo mi sta dando grandi soddisfazioni, perché sto conoscendo persone vere. Questo per me significa fare musica, senza filtri”. 

Nel 2006 hai partecipato alla terza ed ultima edizione di Music Farm, che più che un talent show era una reality musicale. Secondo te, hai pagato in qualche modo il tuo essere un’artista e una persona più che un personaggio?
“Sicuramente si, perché non mi sono mai interessate le polemiche, che all’epoca erano comunque meno forti di oggi, dove c’è davvero troppa pochezza. Mi rattrista vedere giovani talenti che nel giro di un secondo arrivano ad essere famosissimi, per poi perdersi con molta facilità. Una prigione psicologica per dei ragazzi che possono bruciarsi con estrema facilità. Tornando alla mia esperienza, io pensavo solo a fare musica e forse questo è piaciuto a Pippo Baudo, che l’anno seguente mi ha scelto al Festival tra i Big. Io, essendo una passionaria  da sempre lotto per avere il coraggio di fare quello che voglio”.

Al Festival di Sanremo hai partecipato due volte, nel ’99 con “Un fiume in piena” e nel 2007 con “Senza me ti pentirai”. Non c’è due senza tre?
“E’ inutile negarlo, sicuramente l’Ariston è un palco importante e mi piacerebbe magari tornarci, però portando sempre me stessa. Se dovessi un giorno tornare a Sanremo, ci andrei con una consapevolezza diversa, continuando comunque ad esprimermi con la gioia della prima volta, senza compromessi”.

Hai partecipato ad un Festival di Fazio e ad uno di Baudo. Tra l’altro, Pippo ti ha lanciata nel ’92 all’interno della trasmissione “Partita doppia”, quindi il celebre “l’ho inventata io” vale anche per te. Che ricordo hai di lui?
“Pippo è un professionista sempre attento a tutto, cito un piccolo aneddoto di ‘Partita doppia’, rivolgendosi al regista chiese di spostarmi un capello che mi copriva il viso. Questo è Baudo, un grande professionista attento al capello, ad ogni dettaglio. Gli auguro di tornare a condurre lui il Festival, perché è uno dei personaggi che ha fatto la storia della televisione italiana”. 

Cinque anni fa hai preso parte alla colonna sonora del film d’animazione “Pinocchio” di Enzo D’Alò, con le musiche curate da Lucio Dalla, uno dei suoi ultimi lavori prima della sua prematura scomparsa. Che ricordo hai di lui?
“Un ricordo magnifico, Lucio è Lucio e le sue canzoni non devo di certo presentarle io. In questa colonna sonora, purtroppo il suo ultimo lavoro, ha dato davvero il meglio di sè. In ‘Pinocchio’, tra l’altro, interpretavo il ruolo della Fata Turchina, mentre nel precedente ‘La gabbianella e il gatto’, sempre di D’Alò, collaboravo con David Rhodes, lo storico arrangiatore di Peter Gabriel”.

Non hai mai nascosto di esserti ispirata ai grandi cantautori italiani, come Fabrizio De Andrè e Lucio Battisti, e sei di fatto una delle poche cantautrici del nostro panorama discografico italiano. Perché, secondo te, il cantautorato femminile è ancora oggi meno rappresentato?
“Perché c’è ancora oggi un po’ di discriminazione, il fatto che una canzone possa scriverla una donna, per alcuni è meno importante. Forse perché in passato i grandi della musica sono stati soprattutto uomini. Spesso mi trovo a lottare per far capire che noi donne abbiamo le stesse capacità artistiche, anzi in cantautorato femminile può dare un messaggio diverso perché raccontiamo la nostra prospettiva, che è notoriamente diversa da quella dell’uomo”.

Oltre alle sonorità latine e alle nuove contaminazioni vintage un po’ retrò, ci sono altri generi che in futuro ti piacerebbe sperimentare?
“A me piace un po’ tutto, dal jazz alla new age, passando per il rock. Io sono aperta a tutto, perché la musica è musica e credo che non esistano etichette o un unico genere. Non bisogna mai dimenticare che la musica è l’unica arte che non ha limiti di spazio e di tempo, rifarsi al passato può servire per costruire un nuovo futuro”. 

Quali sono tuoi prossimi progetti e sogni nel cassetto?
“Nei prossimi mesi uscirà il mio secondo singolo, seguito a ruota dall’album. Subito dopo farò sicuramente dei concerti in giro, perché a me piace avere un contatto diretto con le persone. Il live è la mia dimensione prediletta, perché posso esprimere la mia grinta e tutto ciò che sono. Soprattutto mi piace comunicare sempre qualcosa agli altri, la cosa più importante per me è che arrivi un’emozione”.

Scritto da Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica e spettatore interessato di tutto ciò che è intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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