Mariella Nava: “Da Zero a Mango, una vita di note fantastiche”

Mariella-Nava

Tra gli artisti del panorama musicale italiano che non hanno bisogno di troppe presentazioni, c’è indubbiamente Mariella Nava, cantautrice dotata di una profonda sensibilità e di un’accurata attenzione all’uso delle parole. In occasione dell’uscita del suo nuovo singolo “Ho bisogno di te”, in radio dal 16 giugno, abbiamo approfondito insieme all’artista la  sua prestigiosa carriera e i suoi ultimi progetti discografici.

Mariella, partiamo dal tuo ultimo album “Epoca”, cosa rappresenta per te?
“In occasione dei miei trent’anni di carriera, ho cominciato a pensare quale sarebbe stato il modo migliore per celebrare questo traguardo, così ho voluto fare questo regalo a me stessa e al mio pubblico: un disco con tredici inediti, canzoni nuove che in qualche modo rappresentassero tutto questo arco di tempo, che possiamo definire appunto ‘Epoca’. Ogni traccia è, in qualche modo, ricollegabile al mio percorso e al mio stile compositivo, che ha contraddistinto da sempre le mie produzione. In ‘Pensa l’emozione’ troviamo degli ingredienti che possono ricordare “Dentro di me’, piuttosto che ne ‘Lo scontrino’ ci sono atmosfere de ‘Il buttafuori’, insomma, come nel popolare gioco della Settimana Enigmistica, seguendo i puntini viene fuori il disegno della musica, la mia musica”.

Il tuo secondo singolo “Ho bisogno di te” parla d’amore. Credi che l’abilità di un cantautore stia proprio nel prendere il sentimento più bello e cantato che ci sia e trasformalo ogni volta in energia nuova e, quando riesce, magari, in poesia?
“L’amore ha la possibilità di essere raccontato in maniera molteplice, perché è bellissimo, è il sentimento più nobile del mondo, ma al tempo stesso è il più complesso, il più complicato da affrontare. Così come in musica le note sono infinte nelle loro combinazioni, anche l’amore non ha un termine, fa parte di quel mistero di cui noi siamo anche un po’ figli, un enigma che possiamo a tratti decifrare ma mai risolvere”.

Un importante sodalizio è quello che oramai da anni ti lega a Renato Zero, nel suo ultimo disco figura il tuo pezzo “Pazzamente amare”. Parlaci un po’ di questa esperienza e del rapporto che vi lega…
“Renato è un maestro, amico e consigliere, ma nello stesso tempo è anche un mio ammiratore. Da sempre si accosta alle mie canzoni con un ascolto attento, mai nessun vestito che gli ho proposto è rimasto chiuso in un armadio, ha sempre voluto indossarlo e farlo suo con la sua voce. Questo mi gratifica moltissimo, anche perché lui non avrebbe bisogno di nessuno, il fatto che si accosti alla mia musica e la segua con vocazione non può che onorarmi. Il suo è un abbraccio che dura da anni, uno dei doni più belli che ho ricevuto dalla vita. Si tratta del settimo regalo che io faccio a lui e, di conseguenza, che lui fa a me. Tutto è partito da ‘Spalle al muro’, poi c’è stata ‘Crescendo’ che abbiamo fatto insieme, ‘Un altro pianeta’, “Spera o spara’, ‘Testimone’, ‘Nuovamente’ e quest’ultima ‘Pazzamente amare’, che rappresenta ancora una volta in musica il mio amore nei suoi riguardi”. 

I colleghi con il quale hai lavorato sono talmente tanti che non possiamo citarli tutti. Ma vorrei che tu mi parlassi di un artista che nel corso della sua carriera, purtroppo, ha dato più di quello che ha ricevuto e che, forse, oggi non è ricordato come merita: Pino Mango, con il quale hai collaborato nel ’99 ne “Il mio punto di vista”. Che ricordo hai di lui?
“Pino lo ricordo come un artista molto completo, le sue canzoni erano un tutt’uno con quelle acrobazie vocali che era capace di donare. Il suo canto era di una soavità pazzesca, introvabile ed insostituibile, questo perché viveva a tutt’uno con la sua musica, non a caso è uscito di scena cantando. In un tempo in cui non ci si sofferma sull’ascolto, dove non si da più la giusta attenzione alla musica, purtroppo, è una conseguenza che una bellezza come quella di Mango venga dimenticata. La sua figura era molto discreta, timida e quasi sfuggente, dotata di un’umanità molto forte, spiccata e generosa. Ogni volta che si parlava di musica lui si accendeva e devo dire che, ultimamente, aveva sofferto anche lui di quello che un po’ è il male di cui in molti soffriamo: questa chiusura di certi circoli, di certe radio, di una certa discografia, di un mondo che non è grato agli artisti che si danno completamente in tutti i modi e con tutta l’anima”. 

Risale a trent’anni fa la tua prima partecipazione al Festival di Sanremo, mentre sono già trascorsi quindici anni dalla tua ultima volta sul palco dell’Ariston. Perché, secondo te, non c’è più una giusta rotazione dei cantanti in gara, ed assistiamo sempre più spesso ad artisti che si ripropongono per tre anni di fila e, sempre meno, al ritorno di personaggi che hanno fatto la storia della musica leggera italiana?
“Credo che chi organizza il Festival abbia uno statuto televisivo incentrato sull’audience, causa pubblicità ed introiti finanziari che devono coprire le spese di un evento di portata così grande, quindi, si arriva alla conclusione affrettata che se un personaggio in quel momento non è esposto o sostenuto da una major non è utile. In questo modo viene meno il turnover, perché bisogna inserire quelli che sono televisivamente attivi, quelli che sono stati primi in classifica, quelli che hanno un disco in uscita con un appoggio forte da parte delle case discografiche e per coloro che, come me, fanno musica onestamente e in maniera più discreta e di nicchia, rimangono davvero due o tre posti a disposizione. Ma questo è un errore di valutazione da parte di chi non sta in mezzo alla gente, ma vive dietro una scrivania prendendo decisioni. E’ come quando apri un ristorante e proponi solo un piatto, prima o poi avrai soltanto clientela che ama quel piatto. Se, invece, proponi un menù più ampio, arriverà sempre molta più gente. La varietà fa sempre la moltitudine”. 

Anche il trattamento riservato quest’anno ad Al Bano, Ron e Gigi D’Alessio, forse, ci potrebbe far pensare che sarebbe meglio eliminare la categoria Big e fare un Festival solo di giovani emergenti?
“La cosa migliore sarebbe proporre, come una volta, tre categorie: le Nuove Proposte, i Talent show e i Big, con le prime due soggette ad eliminazione e questi ultimi ammessi di diritto alla finale, perché parliamo di artisti che nel corso della loro vita hanno già affrontato e superato tutti gli esami del mondo. Questa sarebbe la cosa più bella e più utile per la musica, che farebbe partecipare a cuor leggero molti più nomi noti, una formula nuova a cui nessuno ancora ha mai pensato”.

La vittoria del portoghese Salvador Sobral all’ultimo Eurovision Song Contest, in tal senso, può rappresentare una sorta di inversione di marcia?
“Ho tifato fortemente per il nostro Francesco Gabbani ma, al tempo stesso, ho apprezzato moltissimo il coraggio dell’artista portoghese, perché ha dimostrato che può arrivare una forma musicale molto intima, che in questo momento non è in auge, con le fiammelle accese di chi sta vivendo un’emozione, e ha vinto tutto. Più che una canzone è stata una carezza musicale, di quelle che non avvertivo da tempo. Una dimostrazione forte che non va presa come una casualità, bensì come un’indicazione. Dobbiamo capire che, quando parliamo di musica, c’è una possibilità in tutto, perché ha una forza incredibile in grado di sorprendere ogni nostra aspettativa. Per quanto riguarda la musica italiana, nel resto del mondo ci riconoscono e ci preferiscono nella nostra verità melodica, non so il perché e questo rappresenta anche una forma di gabbia dal quale non siamo mai usciti. Forse, per questa ragione, artisti con un’identità italiana più riconoscibile, come Raphael Gualazzi o Il Volo, sono riusciti ad essere capiti maggiormente. A casa nostra può piacere o non piacere, ci può sembrare una forma troppo abusata, ma dobbiamo accettare il fatto che veniamo riconosciuti ed apprezzati all’estero per questo. Il segreto sarebbe riuscire a nobilitare una ricerca melodica nuova, mantenendo un filo conduttore con la tradizione, perché rappresenta da sempre il nostro punto di forza”.

Chi meglio di te può dirlo, la tua “Per amore” ha fatto il giro del mondo…
“Un brano che nessuno all’inizio voleva cantare, che ha gareggiato tra i giovani di Sanremo nel ’95, cantato da Flavia Astolfi. Non passò il turno, ma il buon Pippo Baudo disse ‘Il tempo ti darà ragione, questa è una canzone bellissima’. Poi, di fatto, così è stato, perché da lì a qualche mese è stata incisa da Andrea Bocelli, nel suo disco ancora oggi più venduto ‘Romanza’, e ha avuto un successo pazzesco a internazionale. Io con ‘Per amore’ ci vivo, nel senso che è la mia canzone più conosciuta nel mondo. Ovunque sia andata a cantare all’estero, dalla Russia al Belgio, da Malta alla Grecia, dal Brasile agli Stati Uniti, non c’è luogo dove io non posi le mani sul mio pianoforte e non faccia quel primo giro di accordi… che la gente impazzisce. Ogni volta, credimi, mi sorprendo di quanto la conoscano e mi emoziono sempre quando la canto”. 

Non ti chiederò quale sia il brano al quale sei maggiormente legata, perché credo che per un cantautore sia un’impresa ardua ma, al contrario, sono curioso di sapere se c’è una canzone che quando la riascolti pensi ‘oddio cosa ho scritto’?
“Non c’è nessun brano che io non rifarei, giuro. Anche quelli più leggeri e giocosi, perché dentro ci metto sempre tutta me stessa. Penso molto quando scrivo e quando ho finito un testo lo lascio lievitare, nel senso che lo riprendo dopo un po’. Se non mi provoca più la stessa emozione, lo straccio e lo butto via. Solitamente non faccio niente che non mi convinca profondamente, perciò della mia musica, così come per il maiale, non butterei via niente”. 

Qual è il messaggio che vorresti che il pubblico recepisse, oggi, dalla tua musica?
“La bellezza della vita, anche nella sua difficoltà, nei suoi passaggi stretti. Mi piacerebbe che la musica riuscisse ad alleviare molte cose, a darci più forza sottolineando il nostro percorso, che accompagni ogni nostro momento sia brutto che bello. Io voglio essere una compagna per chi mi ascolta, una giusta amica attraverso la mia musica”.

Scritto da Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica e spettatore interessato di tutto ciò che è intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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