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Scontri ad Hong Kong: Origini e Motivi delle Proteste

Non accennano a placarsi le proteste e gli scontri ad Hong Kong iniziati lo scorso 9 giugno contro un emendamento alla legge sulle estradizioni. Una fiumana di manifestanti con ombrelli colorati in mano ha preso una netta posizione contro il governo cinese che il 24 ottobre ha ritirato la legge.

Ciò avrebbe comportato l’arresto immediato delle manifestazioni ma, nella realtà dei fatti, mai cessate. Non è un segreto nel corso degli ultimi mesi le forze di polizia abbiano adoperato armi da fuoco e idranti contro i protestanti, malgrado le rassicurazioni di Carrie Lam, Capo Esecutivo di Hong Kong.

Scontri Hong Kong: Origini e Motivi della protesta

La protesta contro l’emendamento alla legge sull’estradizione rappresenta solo la punta dell’icescontberg del profondo attrito tra Hong Kong e Pechino. Non è un caso che incomba l’autonomia di Hong Kong dalla Cina, negoziata dal Regno Unito nel 1997, e avverrà nel 2047 quando verrà proclamata la cessazione di ogni legame di sorta da un punto di vista politico economico e istituzionale con la Cina.

Proteste precedenti avevano scosso Hong Kong 2014, nate dalla decisione del Comitato permanente del Congresso Nazionale del Popolo di Pechino di riformare il sistema elettorale della città. Riforma percepita come mera restrizione dell’autonomia della regione, in quanto ha comportato una sorta di preselezione dei candidati alla leadership di Hong Kong da parte del PCC (Partito Comunista Cinese).

La stessa Carrie Lam è stata più volte accusata di aver rafforzato la relationship con Pechino dall’inizio della sua carica (2017), sebbene avesse ribadito in diversi momenti che la proposta di legge sull’estradizione fosse stata presentata su invito della medesima leadership cittadina e non da attori terzi ed esterni al contesto.

Come la storia insegna, Hong Kong non è nuova alle proteste. In un momento di incertezza e di complessità in cui spiccano le differenze sociali e le conseguenti disuguaglianze sofferte dai cittadini, i quali non sentono più vicino la classe politica e quella degli imprenditori molto vicino a Pechino.

L’abolizione della legge sull’estradizione. Attualmente sono in vigore ad Hong Kong normative sull’estradizione basate su accordi bilaterali con venti Stati (Canada e Uda), in cui non rientrano però né la Cina continentale, né Macao, né Taiwan. L’emendamento alla legge che ha dato il via alle proteste, avrebbe modificato l’attuale asset legislativo rendendo l’estradizione possibile per specifici reati come l’omicidio o la violenza sessuale, senza contemplare l’estensione ad altri crimini, legati in particolar modo alla sfera economica (evasione fiscale) e commerciale.

De facto, la proposta di legge era nata dalla richiesta delle autorità di Taipei di trasferire a Taiwan un cittadino di Hong Kong, accusato dell’omicidio della fidanzata mentre si trovava sull’isola. La paura diffusa era che il provvedimento avrebbe potuto colpire anche i cittadini stranieri di passaggio a Hong Kong.

In più, i cittadini honkongesi avevano mostrato preoccupazione per il fatto che le richieste di estradizione verso la Cina continentale dessero luogo a violazioni dei diritti umani e che avrebbero potuto essere usate come escamotage per catturare i dissidenti politici fuggiti a Hong Kong dal territorio cinese.

Altro rischio potenzialmente palesabile sarebbe stata la legalizzazione dei rapimenti susseguiti proprio a Hong Kong negli ultimi anni e di cui Pechino era stata in molte occasioni ritenuto il mandante.

Le richieste dei manifestanti. Non solo l’abolizione della legge sull’estradizione, ma anche le dimissioni di Carrie Lam, l’avvio di un’inchiesta sull’uso della violenza da parte delle forze dell’ordine, il rilascio dei manifestanti arrestati e infine la garanzie che maggiori libertà democratiche avrebbero continuato ad essere garantite alla città.

Il triangolo tra Cina, Hong Kong e Usa

Gli Stati Uniti si sono schierati coi manifestanti dopo un iniziale tira e molla, come dimostra la serie di bandiere americane sfoggiate dagli stessi in sostituzione degli iniziali ombrelli colorati. In questo contesto alquanto complesso gli States potrebbero giocare un ruolo di mediazione nonostante l’aria di forte tensione che intercorre con la Cina, a causa della situazione commerciale che potrebbe comportare una nuova guerra di dazi. La già difficile liason commerciale fra le due superpotenze globali s’intreccia, come ammesso dal vice presidente americano Mike Pence, s’intreccia con la reazione di Pechino alle proteste.

Le contraddizioni. Trame narrative distorte e contraddittorie emergono dal dualismo Usa/Cina in merito ad Hong Kong. Da un lato la narrativa americana, che sottolinea la verve pacifica delle proteste; dall’altra quella cinese che, al contrario, evidenzia la natura “violenta” delle manifestazioni, additate come “terrorismo”.

Palermitana d'origine, amo scrivere di tutto e osservare la realtà a 360 gradi.

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