Silvia Mezzanotte presenta il singolo “Lasciarmi andare”, l’intervista

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E’ un periodo ricco di soddisfazioni professionali per Silvia Mezzanotte, artista che per oltre dieci anni è stata la voce regina dei Matia Bazar, che oggi è pronta a tornare sulla scena discografica con un nuovo progetto da solista, intitolato “Lasciarmi andare”. Abbiamo incontrato per voi l’artista, che si è lasciata andare ad una bella intervista.

Ciao Silvia, com’è nata la tua nuova canzone “Lasciarmi andare”?
“Dalla volontà di rialzarmi e di ricominciare anche discograficamente a propormi, dopo un periodo difficile dovuto dalla chiusura con i Matia Bazar causata dalla scomparsa di Giancarlo Golzi. Ho parlato a lungo con Antonio Salvati e con Gianluca Capozzi, entrambi autori della canzone, chiedendo loro di produrre in chiave moderna qualcosa che mi rappresentasse totalmente. Così è nato questo testo che, dal mio punto di vista, è la mia fotografia attuale, perché parla proprio di me e non di una donna qualsiasi: una donna consapevole, che ha vissuto tante esperienze, che ha preso un po’ botte dalla vita ma che si è rialzata in piedi ed è pronta a restituirle. Lasciarmi andare a questa nuova ondata musicale che mi sta prendendo e, di nuovo, alla vita dopo aver trascorso un periodo in cui ho avuto molti dubbi su quello che avrei potuto fare nel mio futuro”.

Il videoclip ha appena superato le 125 mila visualizzazioni. Un successo inaspettato?
“Si, perché io non sono una youtuber. Anche con i Matia Bazar i videoclip erano considerati un po’ come la seconda metà del viaggio, ma adesso sono entrata completamente nell’ottica che tutto quello che riguarda il web ha lo stesso identico valore di quello musicale e va portato avanti con la stessa determinazione. Per le riprese ci siamo affidati a Beppe Gallo, un regista assolutamente underground che mi ha fatto spataccare dalle risate durante la lavorazione del video, essendo lui un ventisettenne ammirato e sorpreso di essere stato chiamato per questo ruolo. Abbiamo passato tutto il tempo a farci selfie che  inviava continuamente a sua mamma che, essendo mia coetanea, era la mia vera fan. Questa cosa mi ha fatto molto ridere, facendomi immergere in un mondo diverso, anche dal punto di vista della costruzione e del montaggio di questo video che a me, personalmente, piace veramente tanto”. 

Hai da poco festeggiato il tuo cinquantesimo compleanno, come stai vivendo questo momento sia di vita che professionalmente importante?
“Con grande serenità, perché dopo lo tzunami precedente mi sento molto più serena, sono riemersa da questo momento abbastanza complicato. Questi miei cinquant’anni sono vissuti nel corpo, nello spirito e nell’anima con la volontà far capire a tutti, soprattutto alle donne, che è solo l’inizio della seconda metà di un viaggio e che, se sei serena con te stessa, è anche il più bello. Non farei mai cambio, non rinuncerei ad una ruga, per tornare indietro negli anni. Quello che mi piace di questo momento attuale è la consapevolezza, che è proprio la parola chiave. Consapevolezza significa anche perdono, per una persona incline alla ricerca della perfezione poiché insicura. Il perdono, rispetto agli errori e agli sbagli, è sempre stato complicato per me, sono sempre stata brava a perdonare gli altri, anche quando mi hanno fatto del male, ma pochissimo a perdonare me stessa. Adesso ho capito finalmente che una nota stonata, purché fatta con il cuore, è meglio di una nota tecnicamente perfetta ma insipida dal punto di vista dell’emozione”.

Negli anni dei tuoi esordi hai collaborato come corista con grandi nomi della canzone italiana, tra cui un maestro come Francesco De Gregori, un leggenda come Mia Martini ed un’allora esordiente Laura Pausini. Com’è stato lavorare con loro? “Ho sempre tratto spunti da tutti, sono sempre stata un po’ una spugna. Laura era veramente giovane quando ho collaborato con lei, parliamo dei suoi due primi album e delle sue prime tournée europee. Di lei ho un ricordo splendido perché la riconosco dopo tanti anni, nel senso che vedo in lei una donna con la stessa naturalezza, che è maturata nella consapevolezza che è la sua grande arma, attraverso la sua semplicità, che è quella che ha portato in giro per il mondo, impegnandosi tanto. Io l’ammiro tantissimo, perché è riuscita a far crescere con sé il suo pubblico, mantenendo il successo stratosferico che ha ottenuto con ‘La solitudine’ a Sanremo. Diverso è stato per tanti altri che, magari, sono arrivati allo stesso successo ma non hanno avuto la consapevolezza e la maturità di lasciarsi guidare nel proprio percorso, con le scelte giuste dei brani, il linguaggio ed il modo di porsi. De Gregori è sempre stato il mio cantautore preferito, con me scherzava sempre perché notava la mia ammirazione e quindi anche il mio imbarazzo e disagio, perché per me era come avere a che fare con un mito e lo guardavo con gli occhi di un’ammiratrice. Infine, con Mimì ho lavorato nel suo ultimo disco ‘La musica che mi gira intorno’. Lavorando fianco a fianco con lei ho scoperto una donna molto divertente, di grande spessore ma che aveva la battuta facile e rideva spesso, nonostante le fossero attribuite le calunnie che tutti conosciamo. Ho avuto modo di conoscere una persona completamente diversa, un ricordo che porterò sempre con me”. 

Il 1999 è l’anno che segna la tua entrata nei Matia Bazar, un gruppo che ha fatto la storia della musica italiana. Immagino che ci sarebbe tanto da dire e molto da raccontare, ma c’è un ricordo in particolare che porti nel cuore?
“Inevitabilmente i grandi successi che abbiamo ottenuto in Italia e all’estero, tra tutti la vittoria del Festival di Sanremo. Di ricordi ne ho tanti perché, sia da Piero Cassano che da Giancarlo Golzi, ho imparato tantissimo, i primi anni è stata per me una vera e propria università, fatta di esami falliti e notti insonni a cercare di capire come poter essere degna erede e futuro della vocalità dei Matia Bazar. Onestamente, considerato il successo che abbiamo ottenuto, tutto questo ci è riuscito e tutto è andato per il meglio, frutto di un rapporto splendido che si era creato tra noi quattro. Per fortuna ho solo ricordi belli, tra cui lo straordinario rapporto di amicizia fraterno con Giancarlo Golzi, che è la cosa che porto con me ogni giorno, in ogni momento della mia esistenza”.

Da anni ti occupi di attività didattiche e seminari di canto in giro per l’Italia, quindi a stretto contatto con giovani cantanti. Qual è il livello artistico della nuova generazione e secondo te, ad essere in crisi è il talento o il mondo della discografia?
“Il grosso problema della discografia è stata crisi causata dall’avvento di internet, dalla fruibilità gratuita che la gente ha potuto fare della musica. Se prima la musica si poteva ascoltare solo attraverso la radio o mediante l’acquisto, da quel momento è entrata nelle case del pubblico in maniera totalmente gratuita. I dischi non si sono più venduti e non ci sono stati di conseguenza quei rientri che permettevano alle case discografiche di investire, tutto questo è andato a ricadere sugli artisti che non possono più permettersi di lavorare con gli stessi mezzi e la stessa cura. Non solo, la musica è diventata digitale e le canzoni si ascoltano attraverso l’altoparlante di un telefonino o di un i-pad, ovviamente abbassando il livello qualitativo dell’ascolto. La conseguenza successiva sono stati i talent, che hanno fatto capolino. All’inizio non erano stati tanto considerati, ma in seguito alla crisi le case discografiche si sono rese conto che potevano diventare un mezzo gratuito per fare pubblicità. Ecco perché adesso, quasi tutti, passano attraverso X Factor o Amici di Maria De Filippi. Io, girando per le accademie di tutta Italia, mi sono resa conto che di ragazzi con belle voci ce ne sono tanti, ma è difficile far capire loro che per riuscire ad ottenere un posto in questo ambiente occorre avere una preparazione molto precisa, cosa che non passa dai talent e dalla televisione. Spesso incontro il talento, che però non è associato alla volontà di lavorarci sopra o, a volte, è accompagnato da così tanta insicurezza e paura che c’è la rinuncia ancora prima di cominciare. La paura di un no è più grande della voglia di provarci. Ci vuole sia il talento che la volontà di prendere le porte sbattute in faccia, con coerenza e con costanza, e la fortuna, ovviamente. Queste componenti devono viaggiare di pari passo, quando le trovi tutte quante allora, secondo me, può scattare la scintilla”.

Qual è il messaggio che vorresti che il pubblico recepisse, oggi, dalla tua musica?
“Il messaggio, di ‘Lasciarmi andare’ nello specifico e di tutta la mia musica, è di non avere paura delle proprie fragilità e dei propri errori, di considerarli segnali di percorso, di guardali alzandosi venti centimetri da terra per accorgerci che la nostra vita è un labirinto, ma c’è sempre un’uscita ed è sufficiente cambiare la visuale e la nostra visione”.

Scritto da Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica e spettatore interessato di tutto ciò che è intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.