Stasera in TV su La7: Trama e recensione di “Alta fedeltà”

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Stasera collegate la Tv al vostro dolby surround e lasciatevi trasportare dalle irrefrenabili parole e dall’inarrestabile musica del film “Alta fedeltà”, di Stephen Frears in onda su La7 alle 23:15. Inoltre, se potete, radunate la vostra piccola cerchia di amici musicofili e divertitevi a scovare le migliaia di chicche presenti all’interno della pellicola. Ma vi avverto, se darete eccessivo sfogo al vostro feticismo passionale, vi ritroverete a fare un’alzataccia e forse anche a troncare rapporti decennali. “Alta fedeltà” è un film del 2000 ed è tratto dall’omonimo romanzo di Nick Hornby, scrittore inglese che ha avuto una grandissima popolarità con i suoi primi romanzi e che da qualche anno sta esplorando con successo anche il mondo del cinema come sceneggiatore.

Alta fedeltà
Da qui in poi solo musica che s’impolvera e si rovina materialmente

Ambientato in un’epoca liminare, la metà degli anni 90, che stava conoscendo l’espansione del cd e di lì a poco sarebbe stata stravolta dall’onnipotenza digitale, il film rifiuta con nostalgia entrambe le direttrici e abbraccia una specie di retrodatazione temporale facendo del vinile la sua quasi unica ragion d’essere musicale. Rob Gordon è il proprietario del negozio di dischi “Championship Vinyl” situato nella periferia di Chicago (nel romanzo a Londra ma il cambio di set, anche se addebitabile alle bizze nazionalistiche della produzione statunitense, non nuoce particolarmente).

Championship Vinyl


Non sarà Crunch End a Londra ma il fascino c’è comunque

Si trova in un momento difficile della sua vita: la storia con la bella Laura (interpretata da una mai più così radiosa Iben Hjejle) è appena terminata. A trent’anni, si sa, ad ogni rottura segue inevitabile riassunto critico dei propri fallimenti sentimentali e Rob non fa eccezione. Solo che lui lo fa attraverso il sistema tipicamente musicale delle Top-5: elenca cioè le cinque ragazze che più gli hanno spezzato il cuore. Attraverso questo efficace stratagemma narrativo la sceneggiatura a otto mani firmata, oltre che dallo stesso attore protagonista John Cusack, da Steve Pink, Scott Rosenberg e D.V. DeVincentis, inanella una serie di situazioni brillanti che oscillano continuamente tra il passato relazionale del protagonista e il non ancora risolto presente. Nonostante l’età e gli sbagli precedenti Rob rimane un fancazzista della peggior specie con una visione maschilista delle donne che per lui restano sempre Altro da sé, trofei conquistati di cui non riuscire a capacitarsi (la cantante Marie de Salle, l’emancipata Charlie) o drammi esistenziali da portarsi a letto (Sarah). L’esperienza non gli ha insegnato nulla, anzi ha solo deteriorato il suo carattere dato che gli ha fatto coltivare un ego furbo ma mai intelligente. Ne è correlato oggettivo l’esasperato monologo che funge da primaria traccia narrativa del film.

High Fidelity
Con tutti quei vinili attorno puoi guardarmi quanto vuoi, Rob!

Il regista Stephen Frears adotta infatti la prima persona con cui il romanzo originario è scritto senza nessun argine cinematografico. Rob rompe continuamente la quarta parete guardando la telecamera e facendo, come ha detto lo stesso John Cusack in un’intervista, del pubblico “la propria macchina da presa”. Si tratta sia di un “confessionale al maschile” (sempre lo stesso attore americano) sia dell’unica presa di posizione possibile da parte di un uomo che soltanto alla fine della vicenda capirà che la creazione di una compilation musicale non è solo un’educazione culturale da impartire ma una collaborazione emotiva fatta con “la poesia di qualcun altro”. E se le disavventure con Laura trovano un epilogo buonista in aperto contrasto col cinismo precedente (l’aborto e il tradimento vengono cancellati con un colpo di spugna sentimentale) la componente musicale del film mantiene invece intatta la sua componente corrosiva.

Alta fedeltà 2
Abbiamo tutti sognato di dare una lezione così a un cliente banale

Lo snobismo di Rob e dei due commessi del Championship Vinyl si manifesta in gustose chiacchiere da negozio colme di puntigliosità nozionistiche e dialoghi come questi:

– Cerco un disco per mia figlia, per il suo compleanno, si intitola “I just call say i love you”. Ce l’avete?

– Sì.

– Bene!

– Ce l’abbiamo.

– Bene, posso averlo?

– No, no: non può!

– Perché?

– Perché è troppo melenso, troppo sdolcinato. Non si entra in un negozio così per una lagna del genere: al centro commerciale!

 

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