Maurizio Scandurra: “Discografia italiana? Urge aprire nuovi target per uscire dalla crisi”

Maurizio-Scandurra

Abbiamo incontrato per voi il dissacrante giornalista e press agent di noti artisti italiani Maurizio Scandurra, che da anni combatte la propria battaglia in prima linea contro quella che ama definire come una vera e propria ‘cecità della discografia’, che non rappresenta e rispetta i gusti del pubblico, ma che offre prodotti soltanto ad una piccola fetta di mercato, quello che si rivolge ai giovanissimi.

Maurizio, cosa pensi del panorama discografico italiano di oggi?

“Una volta, Gesù, insegnò a nutrirsi di pane e di pesci, moltiplicando beni necessari per lo svolgimento delle nozze di Cana, episodio tra i più significativi della vita del Messia nel Vangelo. Oggi, invece, va di moda nutrirsi a pane e ragazzini: l’abbassamento drastico dell’età dei soggetti che ottengono un contratto discografico, svilisce e sfianca la proposta musicale che, di fatto, si orienta solo ed esclusivamente ad un determinato target”.

Una discografia in formato bebè, latte, biscotti Plasmon e biberon?

“Assolutamente si. L’abbassamento della cultura generale, il livellamento verso il basso di valori di riferimento etico-morali e il conseguente buco enorme nella perdita del cosiddetto buongusto, dell’educazione alla bellezza, a concetti e canoni estetici di assoluto prim’ordine, che strizzano l’occhio al passato perché affondano le radici nei grandi miti, produce come effetto ultimo il fatto che i giovani si facciano ammaliare da una sorta di figure inutili, quali i rapper, che non fatto altro che vomitare fiumi di parole, per dirla come i Jalisse – ma almeno loro cantavano ed anche bene – che portano l’attenzione su giochi di parole, frasi fatte, locuzioni di uso comune ed altrettanti comuni luoghi linguistici, in sintesi, su slogan e frasi ricorrenti. Così si spiega il tormentone Fabio Rovazzi, che mi ha tormentato non poco, ed altri del genere, si legga tutta la catena del rap italiano”. 

Tra gli artisti giovani, non c’è proprio nessuno che ti colpisce?

“Uno solo. Si chiama Cleò, di lui non si sa nulla, a parte il fatto che è considerato da tutti la voce misteriosa del web. E che voce! Un giovane che decide di non mostrarsi, puntando tutto sulla propria abilità vocale, confrontandosi voce-pianoforte con brani come ‘Brava’ di Mina ed altre azzeccatissime cover di Mango e dei Matia Bazar, fa capire di gran lunga la differenza che passa tra chi vive di musica e di gavetta vera e chi, invece, pensa di essere un miracolato del piccolo schermo passando per la temibile scorciatoia del talent. Mi auguro che Marco Alboni, presidente di Warner Music, o Andrea Rosi, presidente Sony Music, o Caterina Caselli, presidente di Sugar Music, o Alessandro Massara, presidente di Universal Music, o anche gli ottimi indipendenti Dario Giovannini, direttore artistico della Carosello o Dino Stewart, vertice della BMG, abbiano notato questo fenomeno e che qualcuno di loro possa avanzare una proposta contrattuale degna di una voce di questo livello. Una voce per la quale, da indiscrezioni che mi sono giunte dall’ambiente, pare abbiano scritto i più grandi autori della musica italiana, conquistati da una timbrica straordinaria”.

E tra quelli più affermati, c’è un’artista donna della nuova generazione che apprezzi?

“Dolcenera. Una fuoriclasse. Una cantautrice completa, appassionata, moderna. Una che fa la differenza per voce, brani, immagine, per tutto”.

Pensi che la poca sperimentazione sia causa della crisi discografica o ne rappresenta una conseguenza? 

“Ad essere in crisi sono i cervelli delle persone. E questa crisi si riflette nella creatività, nella cultura e nella società: ed anche nella musica. C’è un sacco di gente che fa delle cose straordinarie, al di fuori del solito circuito talent-discografia. Peccato che, quando costoro chiedano appuntamenti appuntamenti a case discografiche e manager, si vedano snobbare con un’insopportabile aria di sufficienza da parte di tutti questi fighetti, arroganti e presuntuosi, che gravitano nelle direzioni artistiche delle case discografiche. I quali rispondono: non sei famoso, questo prodotto non potrà mai andare in radio, sei vecchio, il tuo brano è old style ed un’altra marea di insentibili stupidaggini similari. E’ facile capire come in uno scenario degenere e del genere, sia difficile trovare qualcuno che ha il coraggio di rischiare e che dica: da oggi scommetto su un prodotto nuovo, controcorrente, che sicuramente potrà, nel tempo, consolidarsi ed aprire nuove fasce di mercato”.

Credi che il web sia in contrasto con il mercato discografico o ne rappresenti un valore aggiunto ed uno sbocco per il futuro?

“E’ di pochi giorni fa la firma di un accordo tra il gruppo Warner e YouTube: se la discografia deve ricorrere alle piattaforme web per reperire le risorse economiche che non è più in grado di fare a livello di utile tramite il proprio core business, ovvero vendere dischi, questo la dice lunga sullo stato di fatto della musica. Il web ha rovinato la musica: conosco un sacco di genitori che mi dicono che i loro figli si sono totalmente rimbambiti nel seguire costantemente i video di questo o quel rapper, di questo o quella webstar del momento. Il web, oggi, comanda la musica: tant’è che, quando una casa discografica deve contrattualizzare un giovanissimo, pretende visualizzazioni su YouTube e ‘mi piace’ su Facebook. Per fortuna, questa equazione non sempre paga. Tant’è che, negli ultimi dici anni, abbiamo visto tantissima gente provenire dal web, con numeri milionari certo, ma fallire miseramente nella discografia. Qualcuno si ricorda ancora di tale Lodovica Comello? A che titolo, mi domando, Carlo Conti l’ha inserita nel cast dei Big dell’ultimo Festival di Sanremo, escludendo colleghi molto più famosi ed autorevoli e, soprattutto, cantanti veri e non webstar? La Comello stia nel web, è una bravissima webstar e come tale la rispetto. Come cantante, meglio lasciare stare”. 

Segnali positivi arrivano dall’Europa, l’ultimo Eurovision Song Contest se l’è portato a casa un giovane artista sensibile a talentuoso, il portoghese Salvador Sobral. Il pubblico internazionale, secondo te, è stanco di ascoltare le solite cose o è semplicemente più avanti di quello italiano?

“L’artista da te citato è la prova della lungimiranza e dell’intelligenza degli stranieri: che, la storia insegna, arrivano sempre prima. Noi italiani seguiamo, invece, soltanto come fanalino di coda per quanto riguarda le cose positive, siamo sempre primi in classifica per le cose negative. Il cantante portoghese ha vinto l’Eurovision Song Contest perché ha scelto la cultura delle radici: il fado è un’espressione tipica della cultura tradizionale del popolo cui appartiene e, guardando al passato, ha dimostrato di essere molto più moderno di tutti i fighetti stereotipati che cantano la stessa canzone sulla stessa base musicale con gli stessi suoni, testi ed arrangiamenti. In Italia, ormai, siamo agli sgoccioli: presto ci sarà un cambiamento perché il prezzo da pagare, in caso contrario, è la fine della musica. Case discografiche e addetti ai lavori compresi. Se fare ‘tabula rasa’, per dirla come il titolo di un ottimo brano di Ilaria Porceddu scritto da Gaetano Capitano, significa ricominciare da zero per il bene della nostra canzone. Meglio tutti a casa. Radio comprese”. 

Scritto da Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica e spettatore interessato di tutto ciò che è intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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