Ergastolo Ostativo in Italia: cosa è e a chi viene applicato

L’ergastolo ostativo in Italia non rispetterebbe alcune norme della Convenzione europea per i diritti umani

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Stragi mafiose e attentati terroristici hanno macchiato di sangue la storia dell’Italia, che ha visto perire  personaggi importanti tra poliziotti, magistrati e volontari i quali hanno pagato con la vita il prezzo di servire lo Stato e combattere violenza e illegalità.

La svolta vera e propria nell’ambito della giustizia si è avuta in seguito alla stagione stragista che ha avvelenato non solo l’Italia ma, ahimè, ha portato al sacrificio di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Carlo Alberto Dalla Chiesa, per citarne alcuni. Usare quindi il pugno duro contro boss mafiosi e affiliati che, ironia della sorte, denunciano “condizioni disumane” nelle carceri in cui sono rinchiusi. Questo è il caso di Michele Zagaria, boss del clan dei Casalesi in cella a Opera, che nel corso di un’udienza avvenuta lo scorso febbraio ha raccontato di vivere “una situazione disumana”.

Proprio oggi mercoledì 9 ottobre la Corte Europea dei diritti dell’uomo ha chiesto all’Italia di rivedere le sue norme in materia di ergastolo ostativo. Quest’ultimo, secondo la suprema Corte, sarebbe “contrario all‘art. 3 della Convenzione europea per i diritti umani, che vieta i trattamenti e le punizioni inumane e degradanti”. Suddetta sentenza diverrà definitiva in tre mesi qualora non venissero presentati eventuali ricorsi.

A partire dal 22 ottobre si potrebbe assistere a una significativa accelerata: infatti la Corte Costituzionale deve pronunciarsi sulla legittimità o meno della norma. Secondo il presidente emerito della Consulta Valerio Onida, che ha fatto parte del collegio di difesa di Viola, il carcere duro è “incostituzionale: bisogna che il legislatore modifichi la norma, se non lo facesse permarrebbe una violazione strutturale della Convenzione europea e si aprirebbe la strada a nuove condanne”.

Ergastolo Ostativo Italia: la definizione

L’ergastolo ostativo riguarda la pena che implica la reclusione a vita, altrimenti conosciuta come “fine pena mai”. Rimanendo in casa nostra, la legge italiana prevede che la persona condannata all’ergastolo ha diritto ad alcuni benefits e può usufruire di alcuni permessi-premio. In più, dopo 26 anni di carcere, il condannato all’ergastolo può beneficiare della libertà condizionale se, durante la detenzione, ha tenuto una buona condotta e un comportamento giusto.

Esso viene comminato esclusivamente a soggetti pericolosissimi che hanno commesso precisi delitti: ad esempio l’associazione di stampo mafioso oppure stragi terroristiche. Per questi personaggi esiste il “fine pena mai”, indi per cui, non possono avvalersi di alcun tipo di beneficio o di premio. Tra i casi di ergastolo ostativo si ricorda quello del boss Bernardo Provenzano, morto in carcere nel luglio 2016.

Il caso Viola e la sentenza della Corte

Bisogna partire dal caso di Marcello Viola per esplicare al meglio la sentenza della Corte Europea. Marcello Viola è un condannato per associazione mafiosa, omicidi e rapimenti, a cui è stato inflitto l’ergastolo ostativo all’inizio degli anni ’90 e al quale adesso il governo deve versare 6 mila euro per le spese legali.

In riferimento al caso Viola, la Corte di Strasburgo ha evidenziato che “la mancanza di collaborazione è equiparata a una presunzione irrefutabile di pericolosità per la società” e questo principio implica che i tribunali nazionali non considerino oppure rifiutino le richieste dei condannati all’ergastolo ostativo. La suprema Corte osserva oltremodo che se “la collaborazione con la giustizia può offrire ai condannati all’ergastolo ostativo una strada per ottenere questi benefici”, questa “strada” potrebbe rappresentare in realtà un “vicolo cieco”.

Nella sentenza si osserva altresì che la scelta di collaborare non è sempre “libera”, perché ad esempio alcuni condannati temono per l’incolumità dei propri familiari (questo è il caso dei cosiddetti “pentiti di mafia”). I giudici scrivono che “non si può presumere che ogni collaborazione con la giustizia implichi un vero pentimento e sia accompagnata dalla decisione di tagliare ogni legame con le associazioni per delinquere”.

Privare un condannato all’ergastolo di qualsivoglia possibilità di riabilitazione viola il principio cardine su cui si base la convenzione europea dei diritti umani, ovverosia il rispetto della dignità umana. Ragion per cui, questa sentenza potrebbe essere applicata nei confronti di chiunque si trovi a scontare l’ergastolo ostativo.

Nella legislazione italiana l’ergastolo è disciplinato dall’art. 17 e seguenti del Codice Penale, di cui l’art. 22 afferma che “la pena dell’ergastolo è perpetua, ed è scontata in uno degli stabilimenti a ciò destinati, con l’obbligo del lavoro e con l’isolamento notturno”.

Con questa decisione, per alcuni “epocale”, la Corte di Strasburgo riduce ai minimi termini l’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario, il quale prevede uno sbarramento automatico ai benefici penitenziari, alle misure alternative al carcere e alla liberazione condizionale in assenza di collaborazione con la giustizia. In altre parole cede il principio della collaborazione con la giustizia come unico criterio di valutazione del ravvedimento del detenuto.

Ergo, la Corte ritiene che l’ordinamento italiano presenti un “problema strutturale” in materia da risolvere assolutamente.

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