Lettera a Fabrizia Di Lorenzo, la ragazza morta nell’Attentato a Berlino

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Una lettera per la Fabrizia Di Lorenzo la ragazza morta negli attentati a Berlino scritta da una concittadina che ne sta vivendo il dramma.

Ciao Fabrizia,

oggi i dolori ricordano il tuo volto. Sono l’assenza, quella fotografia in cui sorridi serena. E quella che era fino a qualche giorno fa, una nuova esistenza vibrante e consapevole. La tua decisione di lasciare l’Italia, la necessità della generazione Erasmus. È vero, noi due non eravamo amiche. Anzi, non ci conoscevamo neppure. Ma che importanza ha? Non sognavi forse di cambiare il mondo? Di vedere quel Melting pot avverato? E speravi, forse gioivi, nella fine del conflitto in Siria, ti indignavi forse alla realtà delle spose bambine in India. Non partecipavi, forse, alle campagne di solidarietà? Non cercavi l’innovazione? Non lavoravi sodo, dopo la Laurea in Relazioni Internazionali? Non eri quella che sorrideva a tutti, con rara delicatezza? Allora non posso che scriverti, in questo giorno cupo, grigio. Mancano quattro giorni a Natale. E’ impossibile, ingiusto trovare le parole per salutarti.

Allora, proverò a immaginarti. Perché io come te, so cosa provavi indossando una vita nuova all’estero. Con un addio temporaneo alla tua casa, agli affetti come alla pasta della nonna, e ai vecchi ricordi. Alla nostra amata lingua, e al bel tempo, perché si sa, in Germania non arriva che in primavera. Non eravamo amiche, ma lo saremmo state, credo. Ma questo non ha importanza. Siamo ugualmente sotto il cielo di una guerra che non risparmia nessuno. Figlie di un’Europa, di un’Italia, di una regione, di una città, quella Sulmona dove più nulla si regge in piedi se non due fabbriche, bistrattate, circuite, prese in giro. Siamo ormai senza diritti. Pochi lavorano, e ringraziano chicchesia. Così ci hanno tolto, senza distinzione di età o religione, la virtù della speranza. E della caparbietà.

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Ma tu, Fabrizia, queste doti le avevi entrambe! E sei partita. Alcuni non lo sanno, Fabrizia, ma ci vuole coraggio a farlo. Forse anche a restare. Ma non è questo il punto. Sei partita, tre anni fa. Allora, ti immagino alle prime nostalgie, ascoltare i notiziari, in tedesco la mattina prima di andare a lavoro nel mezzo di una colazione stentata, o la sera, cercando le news su google. Sei come me, e altri europei figli del movimento, con radici piantate a mezz’aria. La cultura di chi non ha niente da perdere la routine, i ricordi, e qualche risparmio. E parte per l’estero, gonfio il cuore di fierezza, con la volontà di meritare un lavoro, una professione seria dopo anni, mesi, notti di sacrifici. Per poter dire a se stesso e alla famiglia: sto cambiando, dal basso, un pezzo di Europa. E così il mondo.

Fabrizia, tu non mi conoscevi, e io non amo la retorica. Ma vorrei ricordarti, come una ragazza straordinaria risucchiata dal tragico corso degli eventi, che ha combattuto l’ignoranza della precarietà, una coraggiosa che non si lascia intimorire. Non so se sei un angelo, ma di certo sei un monito, una preghiera, una manna, così rara. Sì, perché quando esplode una bomba in Palestina, a Israele, o in Kurdistan, non si sente alcun dolore istantaneo, profondo o sincero. E credi sia giusto, Fabrizia? No, non lo penseresti. Siamo tutti uguali, davanti al terrorismo.

Per questo oggi siamo disarmati, afflitti, anche le parole sono bombe. Restiamo vicini a te e alla tua famiglia. E poi alle numerose vittime di Berlino-Zurigo-Ankara-Aleppo-Palestina-Mondotutto. La lista è infinita.

Tu ci credevi, in quella vita nuova. E nei valori che essa portava. Forse credevi che i diritti non siano privilegi, che tutti gli orrori, anche questa guerra cieca e disperata, non abbia alcun senso? Io sento, che tu ti battevi per ciò che è giusto. Contro il razzismo, per la solidarietà internazionale, contro i soprusi contro gli indifesi, per la vita nelle sue quattro lettere eterne e sacrosante. Io, Fabrizia, non potrei scriverti che così. Perché no, eravamo amiche, ma lo saremmo state. 

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Forse in pochi conoscevano la tua voce, il tuo modo di fare, la generosità che gli amici ti attribuiscono. Qualcuno si chiederà perché una sconosciuta decide di scriverti. Perché io come molti miei colleghi ed amici, conosco il percorso che hai fatto. Lo so, perché lo sto vivendo sulla mia pelle. La tua ansia di andare e conoscere nuovi paesi, esplorare cibi, posti, volti speziati, imparando una nuova lingua, librando per lasciarsi alle spalle un’Italia vuota di futuro, spenta, come oggi dovrebbero essere tutte le luci natalizie. In tutti i luoghi che contano però, quelli della nostra anima, dei ricordi felici, quelle luci sono spente. Ma una c’è ancora: è il monito a combattere, a non perdere l’umanità, ad estirpare l’odio per chi è diverso, l’immigrato, l’islamico, l’uomo dalla barba che “chissà da dove viene”. Tu, Fabrizia, forse, avresti detto così. E visto che oggi tu non ci sei, lo farò io: bisogna piangere per commemorare, per non dimenticare le vittime. Ma per pulire il marcio che abbiamo nel corso dei secoli – tutti in qualche modo –  costruito, favorito, dobbiamo ripartire dalle viscere, dal profondo. Bisogna resuscitare l’umanità. Fabrizia, non bastano le parole. Queste sono le lacrime salate di un mare in tempesta, scrosciano per te. Piangendo, oggi, ti ringrazio a nome di tutti quelli che, spaventati dal terrorismo, dal mostro dell’Isis, continuando a lavorare, a battersi, ad esistere per la libertà. Almeno per il diritto di sceglierla.

Noi, la tua città, siamo forti ma la tua scomparsa ci ha trafitto al cuore mentre gli altri organi sono ancora vivi. Allora siamo come morti che camminano. Mangiamo, lavoriamo, scriviamo, ma mai potremo dimenticarti. Un giorno dovremmo risvegliarci, scuotendoci dall’ira, dalla rassegnazione, dal dolore – ma quello si cicatrizzerà soltanto – e tu sarai lì, a sorriderci parlando in tedesco. Sarai una luce sempre accesa. Il ritratto di come ognuno di  noi dovrebbe essere. Il resto è silenzio.  

Con affetto

Donatella