Il linguaggio del coronavirus: tutte le parole dell’emergenza

Isolamento, distanza di sicurezza, telelavoro: parole associate al coronavirus che, a emergenza passata, resteranno nella nostra vita con un nuovo significato

nuovo linguaggio coronavirus

L’emergenza coronavirus passerà, ma le parole della pandemia resteranno, molte con un significato nuovo. Attualmente è difficile affermare con sicurezza quali espressioni continueremo ad utilizzare giornalmente. Possiamo però già valutare quanto, parole ed espressioni lontane dal nostro vocabolario quotidiano, si siano guadagnate un posto di rilievo nella nostra dialettica.

Basti pensare che è vecchia quasi due secoli l’espressione “è successo un 48“, eppure continuiamo ad utilizzarla. Proviene dai moti del 1848 che portarono profondi cambiamenti nell’Europa dell’Ottocento, si parla infatti di una primavera dei popoli.
Ancora oggi, quando si fa riferimento ad una serie di eventi caotici e difficili da spiegare, l’espressione “è successo un 48” ci corre in aiuto. Permette, infatti, di descrivere un concetto alternativamente più laborioso da esprimere. Analogamente, quando si pianifica un’azione determinante volta a stravolgere lo stato attuale delle cose, si dice “faccio succedere un 48“.

Il nuovo significato delle parole dell’emergenza coronavirus

La lingua è il riflesso delle nostre esperienze. Lo stato di emergenza da coronavirus ci sta facendo vivere un’esperienza non solo nuova, ma collettiva. Le parole che attualmente riempiono le nostre giornate, acquisiscono un nuovo significato e, a emergenza passata, resteranno nel nostro linguaggio quotidiano.

Isolamento

Condividiamo l’isolamento“, un ossimoro che chiunque in questo preciso momento storico è in grado di capire senza indugio.
Il concetto di isolamento è entrato a far parte delle nostre chiacchiere quotidiane con un significato del tutto nuovo. Eravamo abituati a pensare al termine isolamento come ad una parola che si trova nelle carceri. Lontana dalla nostra vita, che riguardava solo alcune persone, una sorte di termine chiuso dietro le sbarre. Ecco che con l’emergenza, il termine isolamento improvvisamente ci riguarda da vicino, descrive le nostre giornate.

Distanza di sicurezza

Anche la parola “distanza” acquisisce una connotazione nuova nello stato di emergenza da coronavirus. La distanza di sicurezza improvvisamente non riguarda più solo la guida, non sono più esclusivamente i veicoli a doverla mantenere, ma le persone.
Paradossalmente, coloro che amiamo dobbiamo proteggerli da lontano. La distanza che ci allontana dai nostri cari diviene così la misura del nostro volerci bene, della nostra responsabilità.
Tenere le persone a distanza fino a ieri significava volerle evitare, dopo il coronavirus è divenuta un’esigenza, un modo di dirsi “ho cura di te“.

Quarantena

Un’altra parola che esce da un ambito ristretto ed entra nelle nostre case. La si è sempre sentita pronunciare negli ospedali, “pazienti in quarantena”, spesso associata a “zona a rischo di contagio”. Dopo il coronavirus la quarantena è un’esperienza che avremo fatto tutti, o almeno i privilegiati che in questo trambusto di mascherine e guanti, avranno avuto la possibilità di chiudersi in casa e sentirsi al sicuro. Ecco che quarantena non suona più come una minaccia, ma come una protezione.

Le parole dell’emergenza nella tecnologia

#iorestoacasa

Il decreto coronavirus ci impone di restare in casa e di uscire solo se strettamente necessario dotati di autocertificazione. I social network pullulano di hashtag che rimarcano la buona intenzione dei cittadini di comportarsi responsabilmente e di rispettare il decreto. #iorestoacasa è diventato una sorta di marchio di garanzia che la gente usa per condividere la propria esperienza. Il solo dirlo suscita approvazione e riconoscimento.
Quando l’emergenza coronavirus sarà passata, #iorestoacasa assumerà un significato nuovo, probabilmente ironico. Ci si appellerà al famoso hashtag quando non si avrà voglia di partecipare a qualche evento sociale e si vorrà restare comodamente a casa.

Telelavoro

Molte aziende si vedono costrette ad implementare il telelavoro (o smart working) per far fronte all’emergenza coronavirus. Sono tanti lavoratori e lavoratrici che stanno provando l’esperienza di lavorare da casa ed è probabile che, ad emergenza finita, il telelavoro si rivelerà, nella giusta misura, un modo per facilitarci la vita. Il termine telelavoro non acquisisce dunque un nuovo significato, è più corretto dire che stiamo comprendendo solo adesso il suo potenziale.

Videochiamata

L’isolamento ci spinge a fare un uso ancora più assiduo della tecnologia evidenziandone pregi e difetti. Sebbene non sembrasse possibile, siamo attaccati ai nostri smartphone più che mai. Anche chi di solito ne disdegna l’uso, si vede costretto ad interagire con uno schermo per parlare con i propri cari. La videochiamata è entrata nella nostra quotidianità, è attraverso lo schermo che guardiamo i volti delle persone che ci mancano. Quando usciremo dalle nostre case, è molto probabile che la parola videochiamata evocherà il sorriso delle persone a cui vogliamo bene.

Sono molte le parole, le espressioni e i modi di dire che a seguito di avvenimenti di grande portata hanno scolpito e arricchito la nostra lingua. Come i i baby boom, ovvero i nati nel mezzo del boom economico post seconda guerra mondiale. Chissà fra cinquant’anni come verrà chiamata la generazione nata durante lo stato d’emergenza da coronavirus, i figli della quarantena o i corona boom?